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Iraq – cronistoria di un casino annunciato

La memoria è una cosa importante tanto quanto è labile, quindi mi è venuta voglia di fare una piccola cronistoria dei punti salienti riguardanti la guerra irachena – e alcune facili predizioni…

Per motivi che non voglio stare a discutere in questa sede, fin dal suo insediamento l’amministrazione Bush decide che é importante e strategico avere il controllo dell’Iraq.


Dopo l’11 settembre e la successiva invasione dell’Afganistan gli USA e il Regno Unito si prodigano per convincere il mondo della necessità di togliere Saddam Hussein dalla guida dell’Iraq, parlando, nell’ordine di:

- appoggio ad Al Queda da parte di Saddam;

- la necessità di eliminare Saddam per il bene del popolo iracheno;

- eliminazione delle armi di distruzione di massa a disposizione dell’Iraq;

Non essendo queste argomentazioni sufficientemente forti e fondate su prove certe da convincere l’ONU, Gli USA decidono di fare da sé e decidono di invadere l’Iraq con o senza legittimazione legale internazionale.

A fianco degli USA e del Regno Unito si schierano Spagna, Italia, Polonia, Danimarca, Giappone, Turchia e la maggior parte dell’Europa orientale. È significativo che nella maggior parte di questi Paesi la popolazione è contraria o anche fortemente contraria all’intervento. I governi decidono di intervenire ugualmente a fianco degli USA, mettendo in gioco il loro credito politico nella evidente convinzione che vi sia convenienza ad essere dalla parte degli USA.

Nel giro di pochi mesi l’Iraq è conquistato e apparentemente sottomesso, e per metà aprile 2003 George Bush dichiara terminata la guerra.

Quel che segue è tristemente noto:

inizia una serie di attentati micidiali in Iraq, che colpiscono anche il contingente italiano a Nassirija. Le opinioni pubbliche degli stati interventisti sono scosse, subito si uniscono al cordoglio generale, ma lentamente i dubbi e le crepe si insinuano anche nelle veline ufficiali dei governi.

I sintomi di guerra civile si fanno sempre più evidenti e preoccupanti, con sparatorie fra fazioni opposte, stragi e assassini di leader politici e religiosi moderati: tutti i classici segni di una lotta intestina per la suddivisione delle spoglie del potere del regime caduto. Le truppe di occupazione occidentali e gli amministratori temporanei non riescono a tenere sotto controllo la situazione.

Ogni giorno muoiono militari americani. Del numero di vittime militari e civili irachene non si parla, ma è sicuramente molto alto – comunque nell’ordine delle migliaia di persone.

Avvengono i primi attentati fuori dall’Iraq, obiettivo sono i Paesi occupanti: le bombe di Istambul colpiscono la Turchia e rappresentanze britanniche; Madrid vive una strage di sanguinarie proporzioni.

Da una decina di giorni scoppia un vero e proprio scenario di guerriglia in Iraq, con numerose vittime fra i militari e, cosa inedita, con rapimenti ed uccisioni fra i civili occidentali in servizio nel Paese.

Le opinioni pubbliche sono scosse dagli avvenimenti: la Spagna caccia con infamia il governo che l’aveva portato contro la sua volontà in guerra. Negli USA George Bush inizia a temere le elezioni presidenziali di novembre 2004, visto che si parla con sempre maggiore insistenza del “Vietnam di Bush”.

Il governo italiano si è impegnato con proprie truppe, e sempre di più è evidente che si è ficcato in un vicolo cieco politico: restare ha un costo politico ed umano sempre meno accettabile, uscire significa fuggire dalle proprie responsabilità ed ammettere implicitamente il proprio errore. In ogni caso i dividendi della guerra non sembrano proprio arrivare, né quelli politici, né quelli economici, quindi un numero sempre maggiore di persone (elettori) si sta chiedendo cosa ci siamo andati a fare in primo luogo.

La soluzione al problema politico (e lasciamo stare l’Iraq, ormai divenuto una patata bollente che tutti vorrebbero mollare però senza fare brutta figura) probabilmente starà nell’antica formula del Mal Comune Mezzo Gaudio: facciamo una bella risoluzione ONU, chiamiamo in Iraq truppe di Paesi che non hanno partecipato alla guerra, e passiamo il testimone invocando il senso di responsabilità nelle relazioni internazionali. La sinistra italiana protesterà ma non troppo, sapendo benissimo che non può opporsi ad un piano di ritiro delle truppe (è quel che ha sempre chiesto), e che se per qualche colpo di fortuna arrivasse al governo, non desidera proprio dover risolvere un problema ereditato da altri.

Ma magari mi sbaglio…

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  1. Slogo Magnusson
    15 aprile 2004 a 15:54 | #1

    e non mi piace…. tutto ciò non mi piace… e credo che si possa definire una tappa verso qualcosa di più grosso e negativo… la strada verso il male assoluto è tracciata oramai….

  2. 15 aprile 2004 a 18:22 | #2

    … male assoluto … non credo proprio! Infinito cinismo si, forse, ma Machiavelli c’insegna che non è poi che sia cambiato molto dacché esiste l’umanità!

  3. Mago Scientu
    30 aprile 2004 a 14:26 | #3

    Sta di fatto che, a leggere dal manifesto che Il Congresso Usa si prepara a stanziare altri 50 miliardi di dollari per la guerra in Iraq, visto che probabilmente le major USA che sostengono il governo hanno intenzione di continuare ad incrementare gli introiti derivanti dall’industria bellica… evidentemente la patata è bollente ma profuma ancora..

  4. roborob
    30 aprile 2004 a 18:48 | #4

    Ocio, elezioni in arrivo!

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